cancro carcinoma tumore neoplasiaCon il termine “cancro”, si possono dire tante cose. Una costellazione in cielo e un segno zodiacale nell’astrologia. Cancro sono a vario titolo l’inquinamento, l’evasione fiscale, la crisi dei mercati finanziari…

Ma dobbiamo dire cosa sia effettivamente “cancro” quando parliamo di malattia oncologica, senza lasciare che i mille volti del “male” diventino parole che ci sovrastano e di cui non siamo invece noi, responsabilmente, a fare uso.

La parola cancro, o carcinoma, che Ippocrate (460-377 a.c.) fu il primo ad adoperare nella sua espressione greca “karkinos” (= granchio) descrive un evento patologico per cui le cellule neoplastiche (letteralmente “di nuova formazione”) vanno ad aggredire il tessuto sano e lo distruggono.

Risulta evidente l’analogia con l’uso che il “granchio” fa delle chele quando aggredisce la preda, essendo un animale onnivoro, che si ciba di alghe, ma anche di altri crostacei, vermi e molluschi.
Questo per dire che non c’è nessun motivo di scandalizzarsi del fatto che in natura esistano meccanismi incontrollati da parte della scienza medica, così come esiste l’aggressività in ogni organismo vivente, ed esistono delitti di ogni tipo come genocidi, guerre, catastrofi che a vario titolo possiamo definire “cancerogeni”.
Conosciamo da millenni che la vita è fatta così, nel suo alternarsi di nascita e morte, affermazione e negazione, positivo e negativo etc.
Eppure non vogliamo guardare le cose per quelle che sono. Non ci piace chiamarle col loro nome.
Meccanismo di difesa? fuga dalle emozioni?
Il National Cancer Institute (la principale agenzia governativa statunitense per la ricerca sul cancro) ha introdotto, a luglio 2013, un documento al fine di eliminare la parola cancro da quasi tutte le diagnosi, per prevenire l’elaborazione di diagnosi “eccessive” che portano a trattamenti di cura non necessari.
Questa scelta può avere ed ha delle conseguenze da un punto di vista tecnico e formale nelle terapie oncologiche, ma non su un piano di sostanza in ciò che viene vissuto come “cancro” nei luoghi in cui si curano le malattie e si lenisce il dolore.
Se, come dice Veronesi, “le parole sono fondamentali nel linguaggio del dolore”, quest’ultimo resta anche in assenza di comunicazione verbale.

Nella sostanza, cancro non differisce da “neoplasia”, e nemmeno da “tumore”, laddove quest’ultimo vuol dire letteralmente “rigonfiamento” e le formazioni neoplastiche descrivono la formazione in eccesso e non prevista, di tessuto “anormale”.
Come dice Maurizio Dardano “dobbiamo avere il coraggio di usare le parole che ci sono e attraverso le parole migliorare il mondo. Eliminare le parole al contrario non significa nulla ed è un’operazione che non porta da nessuna parte.” (leggi qui l’articolo completo).

Ora, alla luce di ciò, a differenza di quanto dice Paul Hsieh (consulta profilo di Hsieh) sull’argomento tanto discusso (leggi in particolare l’articolo) non è la parola cancro ad essere “molto potente”, ma la malattia, nè sono coloro che si occupano di definire i termini nelle diagnosi “a detenere un enorme potere sui pazienti”, ma i medici che li hanno in cura.

Il cancro, nella realtà “di chi ci mette le mani”, non è una questione di parole, ma di pratica quotidiana, al limite delle possibilità di relazione tra esseri umani, che è il rapporto medico-paziente.
Le parole, sulla bocca dei medici, restano comunque inappropriate, mentre non lo è mai la loro partecipazione emotiva.

Sulla bocca del malato “cancro” è invece una parola di diritto.
“Cancro” è la parola da ripetere, in chiave “catartica”, come un mantra, mille e più volte, per sputare fuori insieme a “cancro”, tutte quelle altre, segretamente pronunciate, come “solitudine”, “rabbia”, “dolore”, “paura”, “morte”, etc.
E per sentirsi ancora, positivamente, vivi, con o senza la malattia !!!

Vi bacio ad uno ad uno

Francesca

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